Leggere senza capire

Tomba di GiuseppeNegli ultimi giorni mi sono ritrovato in discussioni sugli attacchi terroristici avvenuti in settimana. Durante una di queste, mi sono reso conto di quanto parecchi leggano con superficialità alcune notizie dando per scontate informazioni che in realtà non possiedono.

Nello specifico molti credono che un gruppo di giovani palestinesi abbia incendiato la Tomba di Giuseppe cioè il patrigno di Gesù.

Le cose non stanno così (sì, menomale che ci sono gli spiegoni de Il Post). Basterebbe leggere un articolo e non fermarsi al titolo.

Secondo una tradizione di epoca bizantina, sotto ad una grande pietra riposano le spoglie di Giuseppe. Si tratta del figlio di Giacobbe e di Rachele che, nel racconto biblico, divenne influente consigliere del Faraone d’Egitto. In punto di morte espresse la volontà di essere sepolto nelle terre della famiglia a Sichem (la attuale Nablus). Ed in effetti, secondo la tradizione, Mosè ordinò che le sue ossa fossero riportate nella Terra d’Israele, quando gli ebrei fuggirono dall’Egitto.

Non c’è niente da fare: uno dei più grandi problemi del rapporto con il giornalismo di oggi è la superficialità.

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In morte di M.M.

MorandiniOggi è morto Morando Morandini critico cinematografico, autore del celebre Dizionario dei film e delle serie tv, pubblicato da Zanichelli e giunto nel 2015 alla diciassettesima edizione.

Spesso non mi sono trovato nelle sue recensioni, ma il suo manuale l’ho centinaia di volte aperto, letto, consultato e un paio di volte anche regalato.

Il suo nome è stato spesso presente nella mia vita da una ventina di anni a oggi.

Succede sempre: per anni c’è qualcuno o qualcosa che ti accompagna nella tua crescita e quando non c’è più ti rendi conto del ruolo importante che ricopriva.

Qui c’è una sua intervista del 2014.

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After

Prima è stato tutto un Federico Moccia.

Poi tutti a leggere Harry Potter.

Successivamente Twilight, Cinquanta sfumature di grigio, nero e rosso e Hunger games.

Qualunque sia il motivo, i libri con un protagonista che si evolve e cambia nel corso del tempo ci piacciono, e ogni nuovo episodio di una serie è un’ottima occasione per scoprire le puntate precedenti che, forse, ci eravamo persi.

Adesso è tempo della saga After.

Tessa è una brava ragazza con un dolce e affidabile fidanzatoche l’aspetta a casa. La sua vita ha una direzione precisa, è ambiziosa, e una madre che ha l’intenzione di far si che lei rimanga in quel modo.Ma lei si è appena trasferita nel dormitorio come matricola quando si imbatte in Hardin. Con i suoi capelli castani arruffati ,il suo arrogante accento britannico,i suoi  tatuaggi, e il piercing al labbro, Hardin è carino e diverso da quello che lei ha sempre avuto.Ma è anche maleducato, a tratti crudele, anche. Per questo suo atteggiamento, Tessa dovrebbe odiare Hardin. E lo fa, fino a quando non si ritrova  da sola con lui nella sua stanza. Qualcosa del suo umore ombroso la attrae, e quando i due si baciano in lei si accende  una passione che non ha mai conosciuto prima.La farà sentire bella, poi insisterà affinchè capisca che non è quello giusto per lei e scomparirà ancora e ancora. Nonostante il modo sconsiderato in cui la tratta, Tessa sarà costretta a scavare più a fondo per trovare il vero Hardin nascosto sotto tutte le sue bugie. Mentre lui la spingerà  via ancora e ancora, più lei si avvicinerà, profondamente.Tessa ha già il fidanzato perfetto. Allora perché sta cercando così fortemente di superare il proprio orgoglio ferito e il pregiudizio di Hardin sulle belle ragazze come lei?A meno che …protrebbe essere l’amore?

Mi avvicino sempre con tanta diffidenza a certa letteratura, ma è indubbio che appassioni e avvicini gente che fino a ora è rimasta lontana dal mercato editoriale.

Comunque stiano le cose, per curiosità ho letto il primo capitolo del primo volume della saga: per quanto mi riguarda, può continuare a stare sullo scaffale.

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Il problema sono i Kindle?

Nella battaglia tra cartaceo e digitale è difficile trovare un’analisi che non difenda per partito preso l’uno o l’altro medium.

Un articolo interessante è apparso qualche settimana fa sul sito ebookextra.

È Amazon che deve dare agli autori gli strumenti che gli permettano di creare contenuti di nuovo tipo che siano un’evoluzione di quelli di un libro che viene riversato tal quale su un Kindle. Alla fine della fiera il Kindle perde il confronto con il libro. Il libro è meglio e se viene meno, com’è venuto meno, il vantaggio del prezzo, amen. Ormai è chiaro, gli editori non faranno niente per gli ebook.

Perché preferisco un ebook al cartaceo? Principalmente per due motivi: la maggiore portabilità dei volumi e il minor prezzo. Ma se uno dei due viene meno?

Quello che gli editori devono trovare è un rapporto costruttivo con i tecnologici su un piano di parità, una cosa che non è per niente facile per l’istinto predatorio dei grandi gruppi di Internet che tendono a non fare prigionieri. […] In cinque anni vendite di e-reader si sono quasi dimezzate, da 20milioni nel 2010 a 12milioni nel 2015. Nello stesso periodo le librerie indipendenti sono passate da 1660 a 2227. 

In realtà non sappiamo precisamente verso quale deriva sta andando il mercato: la complessità dell’argomento fa sì che quando uno dei due medium sembra dato per morto, nel giro di poco tempo finisce per riprendersi e superare l’altro.

L’unica cosa certa è che per adesso i due camminano più o meno parallelamente. Vedremo in futuro.

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L’eredità di Kapuscinski

 JagielskiNella mia formazione professionale e non, uno dei ruoli fondamentali lo ha ricoperto la lettura dei libri di Ryszard Kapuściński.

Internazionale ha pubblicato un’intervista a Wojciech Jagielski, considerato l’erede dello scrittore e giornalista polacco. Nato 55 anni fa ha seguito guerre e conflitti in diversi paesi dell’Asia e nei suoi libri si è occupato di Caucaso, Afghanistan, Sudafrica e Uganda.

In Italia ha pubblicato Vagabondi notturniLe torri di pietra. Storie dalla Cecenia

L’intervista la potete trovare qui ed è una bella riflessione su giornalismo, letteratura e su come si costruisce una storia.

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Di libri e di talent

Vita miglioreIl panorama televisivo italiano è pieno da qualche anno di trasmissioni il cui scopo formale è la “scoperta di talenti”, basato sulla competizione tra gli artisti, che sono sottoposti al giudizio di personalità note al pubblico o al pubblico stesso.

Qualche tempo fa RaiTre ha lanciato uno di questi programmi, Masterpiece, in cui il vincitore Nikola Savic si è aggiudicato la vittoria e la conseguente pubblicazione del proprio romanzo edito da Bompiani in 100 000 copie.

Ma che fine ha fatto il vincitore e la relativa opera prima? In questo campo, ha senso una trasmissione del genere?

A ridosso della vittoria, il Corriere della Sera è stato inondato di spazi che pubblicizzavano il libro vincitore, cosa che qualsiasi autore esordiente (che non sia noto per altro) si sogna.

Il libro Vita migliore di quasi 300 pagine, ha un costo di 12,90€. Giusto per avere un’idea, i libri di altri autori con le stesse pagine e lo stesso formato, vengono venduti dalla stessa casa editrice a un prezzo di 18,00 €. L’editore credo abbia fatto di tutto per rendere il volume più appetibile possibile.

E invece, cosa è successo? Nonostante questo, il buon Savic non ce l’ha fatta a entrare in classifica. Su qualsiasi sito, nella sezione dei più venduti, scorrendo le posizioni fino alla numero 100, Vita migliore non c’è e non c’è mai stato. Vedo i commenti in rete da parte dei lettori: sono davvero pochissimi. Verifico altri parametri che, pur non precisi al millimetro, sono comunque buoni indicatori, e confermo: niente di niente. Questo libro non ha venduto per nulla.

Questo non toglie né aggiunge molto alla valenza di un libro. Rimane il fatto che non sempre la visibilità si trasforma in vendita.

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Disponibile il Kobo touch 2.0

In Italia uno dei dispositivi più venduti per la lettura degli e-book è sicuramente il Kobo del gruppo Mondadori.

Da qualche giorno è uscita la versione 2.0 a un prezzo di 89.00 €. Il design è più gradevole rispetto al passato mentre le dimensioni sono di 154 x 114 x 91 mm, per un peso di 181 grammi.

Lo schermo è touchscreen: un Pearl E-Ink da 6” anti-riflesso con risoluzione 800 x 600, che permetterà di leggere senza problemi anche all’aperto, sotto il sole diretto. Sarà inoltre possibile scegliere tra 11 stili e 48 dimensioni per i caratteri disponibili, per facilitare ulteriormente la lettura. Non mancano i supporti Wi-Fi N e USB. Ma la più brutta notizia è che perde lo slot SD per affidarsi esclusivamente a una memoria integrata di 4 GB. Comunque si parla sempre di uno spazio più che sufficiente per archiviare oltre 3000 titoli.

La durata della batteria è stimata sui 2 mesi con una singola carica, e anche qui si parla di un raddoppio rispetto al modello precedente.

I ragazzi di HDblog.it ne hanno fatto una breve recensione.

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Cortocircuito

StarbucksSi vocifera che entro il 2016 aprirà il primo Starbucks in Italia.

Starbucks è una grande catena internazionale di caffetterie che offre ai propri clienti caffè, dessert e prodotti di pasticceria. Negli Stati Uniti d’America è considerato come luogo di ritrovo per i giovani, soprattutto se studenti o abitanti nelle grosse metropoli.

In pochi però sanno che il marchio è nato dall’ispirazione del fondatore che trent’anni fa in occasione di un viaggio in Italia decise di ricreare in America lo spirito della caffetteria italiana, intesa anche come punto di incontro e di lettura dei quotidiani. Tanto che la sua prima iniziativa imprenditoriale nel caffè l’aveva battezzata Il Giornale.

In poche parole apriamo un posto copiando qualcosa che gli americani hanno copiato da noi.

Siamo un paese meraviglioso.

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Come guadagnare su internet senza pubblicità?

ADBE’ di oggi la notizia che la Bild, uno dei più importanti giornali tedeschi, non permetta più l’accesso agli utenti che usano un software che blocca le pubblicità. La decisione è unica nel suo genere perché riaccende uno dei dibattiti più controversi in questi anni sul rapporto tra giornalismo e pubblicità: è giusto pagare per avere dei contenuti?

Da qualche tempo esistono dei plugin come AdBlock, in grado di eliminare la pubblicità dalle pagine visitate. Sicuramente è un servizio comodo che purtroppo uccide anche siti che lavorano con qualità.

PageFair, compagnia specializzata nel supportare i publisher al fine di concepire forme pubblicitarie meno invasive, ha infatti stimato come l’installazione di Adblock provochi la perdita di ben 6,6 miliardi di dollari all’anno. Non pochini per una società che ne fattura 60. Adblock, sempre secondo le stime dell’agenzia, è installato da 10 persone su 100 negli Stati Uniti, mentre in Europa la percentuale arriva il 12%.

Il problema in realtà è molto semplice: con internet, nessuno vuole pagare per le notizie. Quello che in rete si può trovare gratis, l’utente non ha intenzione di pagarlo. Ma tutto questo a scapito di cosa va? Indubbiamente della qualità.

Verso dove andremo? Di fatto l’unico compromesso realmente percorribile sembra essere la possibilità per gli utenti di sfruttare le opzioni di personalizzazione, aggiungendo i propri siti preferiti alla whitelist o scrivendo delle proprie regole.

Questo seguendo il buonsenso. Cosa che in rete non si ha quasi mai.

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Caro ti scrivo

In un’epoca in cui tutto (o quasi) passa attraverso il digitale, sembra anacronistico scrivere qualcosa “a mano”. Scrivere implica un insieme complesso di processi cognitivi, concordano i grafologi e farlo a mano è una preziosa risorsa culturale da coltivare e proteggere. La migliore occasione per esercitarsi è rimettersi alla prova: impugnare una penna e farla scorrere sul foglio.

Il sito liberiamo.it è in questi giorni promotore di una campagna per salvare la “vecchia” lettera dall’estinzione. Per partecipare basta inviare il proprio scritto compilando l’apposito form a questo link.

Le lettere più emozionali e condivise saranno selezionate per realizzare un e-book.

Certo, non è come scrivere di proprio pugno, ma è comunque un’iniziativa da tenere d’occhio.

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La terza guerra

E’ uscito qualche settimana fa il disco d’esordio di Mimosa: storie di donne raccontate da una donna che per lavoro fa (anche) l’attrice e si immedesima abitualmente in ruoli di diverse donne. Ogni canzone racconta un personaggio diverso ma sempre femminile. Donne che lottano con l’arma dell’amore (Terza Guerra), donne che amano troppo (Voglio Avvelenarmi un po’) o che sbagliano a scegliere l’uomo da amare (Il Ragazzo Sbagliato), donne che vengono uccise (Fakhita) o sfigurate (Non Ero io), donne che perdono un padre (Fame D’Aria)  e donne che rappresentano il nostro futuro e che si preparano alla terza guerra mondiale, ma affrontandola con l’arma di “costruzione di massa” più forte di tutte, l’amore.

La terza guerra mi ha colpito parecchio.

Ma chi è Mimosa?

Mi chiamo Mimosa Campironi, ho studiato pianoforte al Conservatorio di Milano, Filosofia a La Sapienza, recitazione alla Scuola Nazionale di Cinema di Roma. Sono andata via di casa che avevo 15 anni per colpa di questa fame insopportabile, fame di che ancora non lo so. Forse all’epoca mi piaceva l’idea di cominciare un viaggio che mi portasse da qualche parte e di sicuro da allora non mi sono più fermata. Adoro il cioccolato, Fiona Apple, i cani di tutte le razze, le performance di Marina Abramovich , il cinema noir e le serie TV americane. Per il cinema ho recitato in “Sfiorarsi” di Angelo Orlando, “Nessuna Qualità agli Eroi” di Paolo Franchi, “L’imbroglio nel lenzuolo” di Alfonso Arau, “Amanda Knox Story” di Robert Dornhelm e poi in TV in “Incantesimo”, “Nerowolfe”, “Rex”. Poi sono cadute le Torri Gemelle , è morto mio padre e ho ricominciato a suonare con tutta me stessa, come piaceva a lui. Ho partecipato a un contest organizzato da Claudio Rocchi e Francesco Verdinelli chiamato “11 Music Contest” e ho vinto. Con 39° di febbre, una paura fottuta di suonare le mie canzoni per la prima volta, e il pensiero di mio padre che mi cantava nella voce. Intanto ho interpretato Giulietta al Globe Theatre di Roma nel “Romeo e Giulietta “ di Gigi Proietti per il quale ho scritto insieme a lui un brano, ho composto le musiche per “Il Piccolo Principe” di Francesco Piotti, ho cantato per Riccardo Cimino e Giacomo Trovajoli nella colonna sonora del film  “Niente Può Fermarci” di Luigi Cecinelli e sono stata una “Kamikaze” nel monologo “Prendimi con te” con la regia di Francesco Apolloni, fino a indossare i panni di “Elisa, spirito di una ragazza in coma” nel musical LoFi “Cinque Allegri Ragazzi Morti” di Eleonora Pippo, tratto dal fumetto di Davide Toffolo, nel quale ho suonato come una matta. Infine, ho curato musica e sonorizzazione della mostra “I due mondi di Piero Tosi” per Fondazione Carla Fendi allo scorso Festival di Spoleto. Ora mi accorgo del mio corpo in evoluzione, dello spirito che si muove dentro di me e prende forza. Penso a quanta importanza ha nella mia vita l’amore in tutte le sue declinazioni e la lotta profonda di liberazione che l’ anima. Penso alle mie amiche che attraversano la crisi economica con me, alle ragazze della mia generazione. Penso all’energia con cui ci affanniamo a costruire qualcosa che nemmeno comprendiamo, con la sensazione che i risultati non li vedremo mai. Così ho scritto “La Terza Guerra” una performance e un disco che mette in scena tutte le storie che ho incontrato e vissuto in questi anni.

Spero ne sentiremo ancora parlare.

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La parte marcia del giornalismo italiano

GiornaliLeggendo quasi quotidianamente il blog di Luca Sofri, mi sono appassionato a un tema che al direttore de Il Post sta molto a cuore: le bugie nel mondo del giornalismo, spesso dovute a un mancato controllo o approfondimento.

Sofri ne ha anche scritto un libro (bellissimo!) e sullo stesso argomento c’è anche un altro volume molto interessante di Charles Seife.

Il cattivo giornalismo ovviamente non è un’esclusiva italiana, ma nel nostro paese sembra trovare un terreno più fertile: ne è un chiaro esempio quello che è successo al Giornale dell’Umbria. Il suo comitato di redazione ha reso pubblico il seguente comunicato

«Il comitato di redazione anche sulla scorta delle numerose e vivaci segnalazioni giunte da parte dei colleghi, censura in maniera totale la decisione assunta dalla Direzione in data 12 ottobre 2015 – per altro in via autonoma e senza previo confronto con il Cdr stesso – di attivare l’iniziativa “Caccia all’errore”. La suddetta iniziativa, secondo il Cdr, lede in maniera evidente la professionalità, l’onorabilità e il decoro del corpo giornalistico della testata e rischia di arrecare un grave pregiudizio alla stessa. Per questi motivi viene chiesta l’immediata cessazione della rubrica da parte della direzione».

L’iniziativa che “lede in maniera evidente la professionalità, l’onorabilità e il decoro” dei giornalisti mette in palio ogni giorno cinque abbonamenti annuali in favore dei lettori che trovano e segnalano errori e refusi stampati sul giornale.

Anche il sindacato umbro dei giornalisti si è unito al CdR del giornale affermando che si tratta della “iniziativa più  offensiva e dequalificante per i giornalisti di una testata che ci sia mai capitato  di vedere”, che “sa tanto di caccia alle streghe, di gogna,  di lista di proscrizione”.

Sofri nel suo blog riporta il commento di Mario Tedeschini Lalli, docente di Giornalismo digitale all’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino e responsabile per l’Italia della Online News Association

In altri Paesi esistono ombudsmen, “difensori dei lettori” o “public editor“, pagati dall’azienda stessa, ma indipendenti dalla direzione e dalla redazione, chiamati a far le pulci alla testata raccogliendo le segnalazioni dei lettori. Ci sono ogni giorno decine di correzioni di errori segnalati dai lettori pubblicate in apposite rubriche nei giornali di carta e riportate in coda agli articoli online.
Non entro nella vicenda metodologica (il mancato confronto con la direzione, la crisi della testata segnalata dal sindacato regionale) ma ammettere che errori si fanno, che i lettori ci possono aiutare ad identificarli e che una volta identificati si devono correggere apertamente, senza nasconderli sotto il tappeto, è l’esaltazione della professionalità giornalistica, non una sua lesione.

Senza dubbio la questione fa in sé sorridere: se però ci riflettiamo due minuti ci rendiamo conto della situazione tragica in cui si trova il giornalismo in Italia. Invece di fare da cane da guardia, si ritrova spesso a essere voce autoreferenziale. Voce che non vuole essere controllata.

Il problema ovviamente è molto più complesso e vi consiglio di leggere i libri di Sofri e Seife. Le domande che mi pongo, però, sono molto semplici: fino a che punto ci si può fidare di quello che leggiamo? Quali sono gli strumenti che abbiamo per difenderci? E poi, nello specifico, in che maniera da oggi in poi i lettori del Giornale dell’Umbria potranno fidarsi della testata?

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La vita senza smartphone

SmartphoneSi può vivere senza smartphone? Ogni tanto me lo domando. Viviamo in una società dove siamo sempre connessi e pensarci scollegati dal mondo che ci circonda, sembra impossibile. Vi dirò: nonostante viva perennemente con un iPhone o un iPad al mio fianco (e adesso pure con un Apple Watch al polso), ogni tanto mi prendo la libertà di silenziarli e godermi quello che mi circonda.
Il problema è quello di provare ansia: è stato anche coniato un termine ad hoc, nomofobia, cioè la paura incontrollata di rimanere sconnessi dal contatto con la rete di telefonia mobile. Sembra assurdo, ma sono le fobie dei giorni d’oggi.
Una giornalista del Corriere.it ha fatto un esperimento: rimanere una settimana senza smartphone. Attenzione, non senza connessione. È adesso tanto indispensabile avere un dispositivo mobile che ci connetta con la rete? Per sapere come è andata, basta cliccare qui.

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Chissà domani su che cosa metteremo le mani

Libro digitaleNell’eterna lotta tra e-book e cartaceo, si possono fare valutazioni diverse anche in base al paese che si prende a campione. Se per esempio negli Stati Uniti il fenomeno della lettura digitale è già una realtà da parecchi anni, lo stesso non si può dire per l’Italia o per altri paesi europei.

Da qualche anno le maggiori catene europee hanno affiancato alla vendita del cartaceo, anche quella del digitale (basti pensare al gruppo Mondadori con il Kobo). Adesso le cose però potrebbero cambiare e il campanello d’allarme arriva dall’Inghilterra: la Waterstones, una delle più grandi catene di librerie del Regno Unito, ha deciso di togliere i Kindle da molti dei suoi scaffali, rimpiazzandoli con libri cartacei.

L’amministratore delegato di Waterstones, James Daunt, ha dichiarato

Le vendite dei Kindle continuano a essere pietose, quindi li stiamo togliendo dagli spazi espositivi nei negozi. […] Assomiglia molto alla vita di uno di quei bestseller dal successo inspiegabile; un giorno se ne vendono pile e pile, e il giorno dopo ringrazio il cielo per ogni copia venduta, perché non vedo l’ora di toglierlo dagli scaffali e metterci qualcosa di nuovo.

Un rapporto di Nielsen BookScan ha confermato, in effetti, che per la prima volta dal 2007 il consumo di libri di carta è aumentato del 4,7% nel Regno Unito.

In Italia le cose però sembrano andare in maniera diversa, complice il ritardo digitale che abbiamo rispetto a gran parte di Europa: il consumo di testi digitalizzati cresce di anno in anno, riducendo anche la forbice culturale tra nord e sud. L’accesso ai libri digitali è abbastanza omogeneo su tutto il territorio e al Sud batte decisamente il formato cartaceo.

Grande confusione invece tra gli editori: sebbene un buon numero ormai pubblichi sia in cartaceo che in digitale, molti pensano comunque che l’impatto dei nuovi formati in fondo sia irrilevante.

E quindi? La nostra scarsa alfabetizzazione informatica prevarrà sulla possibilità di possedere moltissimi libri acquistabili a un costo irrisorio?

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Uno contro mille ce la fa

Gianni MorandiIo a quest’uomo ho imparato a volergli veramente bene.

Premessa. Da un punto di vista artistico, non sono un grande fan di Gianni Morandi, anzi: pur reputandolo un bravo interprete, preferisco chi le canzoni se le canta e se le suona. Detto ciò, conosco parecchie sue canzoni a memoria, quindi da un certo punto di vista ha vinto comunque lui.

Ma non è di questo che voglio scrivere: probabilmente lo sapete, ma in questi ultimi tempi il cantante di Monghidoro ha deciso di aprire una propria pagina Facebook: E allora? direte voi. Beh, da un punto di vista strettamente antropologico, l’esperienza in rete di Gianni Morandi ha dell’incredibile.

Piccolo riassunto per chi non ne sa nulla (pochi, lo so).

Intanto, partiamo dalla parte gergale: mentre tutti utilizzano il termine selfie, lui preferisce la parola autoscatto. Il mondo utilizza il proprio profilo come valvola di sfogo? Lui posta pensieri semplici e foto che lo ritraggono nella sua quotidianità. La gente che fa? Lo prende per il culo. In fondo i social network contemporanei sono spesso l’ottima rappresentazione della nostra società, che fino a prova contraria si “manifesta” ormai quasi del tutto sul web (spesso in totale anonimato) ma poi vive e agisce nella realtà “vera”, intorno a noi. Il profilo di Gianni Morandi è l’esempio di tutto questo.

Esempio lampante quello che è successo lo scorso 21 aprile: a commento dell’ultima strage di migranti avvenuta nel Canale di Sicilia, pubblica poco prima di pranzo un post in cui mette a confronto due foto, gli sbarchi degli italiani in America di inizio secolo e quelli di oggi. E scrive

A proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani, nel secolo scorso, sono partiti dalla loro Patria verso l’America, la Germania, l’Australia, il Canada… con la speranza di trovare lavoro, un futuro migliore per i propri figli, visto che nel loro Paese non riuscivano ad ottenerlo, con le umiliazioni, le angherie, i soprusi e le violenze, che hanno dovuto sopportare! Non è passato poi così tanto tempo…

In un attimo succede quello che non ti aspetti: la gente risponde e qualcuno lo insulta. E lui che fa? Non perde la calma e risponde a tutti. Con “un abbraccio” sopratutto per chi lo offende, sempre con un po’ di ironia, con una grazia e una gentilezza a cui i suoi fan che lo seguono su Facebook sono ormai abituati. E se posta una foto in spiaggia?

Ciao Gianni, stai attento alle minchie di mare possono essere molto pericolose soprattutto se ti attaccano da dietro… un abbraccio

ha scritto un fan. E lui senza batter ciglio

Grazie di avermi avvertito Emanuele, non ne conoscevo l’esistenza, tu quante volte sei stato attaccato? Un abbraccio

Meraviglioso. Viene fuori un nuovo Gianni Morandi che per molti è il volto pulito della rete. Andateci sulla sua pagina Facebook. A uno così non si può non volere bene.

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Roba da cinefili

In gergo tecnico si chiama mashup, cioè una composizione realizzata mettendo insieme fra loro due o più filmati (o brani) totalmente diversi.

Il filmaker londinese Steve Ramsden ha unito Grand Hotel Budapest e Shining in un immaginario trailer nel quale le avventure raccontate da Wes Anderson si incastrano con le inquadrature di Stanley Kubrick.

Sì, ok: roba da cinefili. Però è una figata pazzesca!

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Libri affittati a tempo indeterminato

Kindle PaperwhiteUna delle cose di cui più mi interesso è il rapporto tra la lettura e il mondo digitale. Indubbiamente negli ultimi dieci anni la nostra maniera di leggere è totalmente cambiata, basti pensare a come accediamo a un articolo di giornale o a un libro.

Uno degli aspetti più innovativi sia dal punto di vista commerciale che sociale è stato senza dubbio la possibilità di potere comprare comodamente da casa un volume o una rivista attraverso canali digitali (si può ad esempio utilizzare un prodotto che ho recensito qui). Personalmente compro almeno due libri a settimana dal mio Kindle e sono abbonato a un quotidiano su iPad. Inoltre saltuariamente acquisto settimanali e mensili che poi leggo comodamente sul tablet. Ho fatto più di una volta i conti e questo mi permette di risparmiare oltre trenta euro al mese (alcuni mesi anche cinquanta).

Oggi ho letto un interessante articolo su Internazionale (il migliore settimanale in Italia senza ombra di dubbio) sull’errata concezione di comprare un libro e sulle differenze tra acquistare un contenuto in formato fisico o in formato digitale. L’analisi nasce da una domanda provocatoria che la giornalista Adrienne LaFrance si pone: cosa succederà ai nostri libri quando Amazon sparirà?

Non c’è da allarmarsi ma è indubbio che i colossi della tecnologia prima o poi falliranno. È una prospettiva facile da ammettere, ma strana da immaginare.

Per chi volesse approfondire, l’articolo è qui.

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Report e la reale solidarietà

GabbanellaReport è una trasmissione che o la si ama o la si odia: a prescindere dalla considerazioni personali sono rimasto molto colpito dall’iniziativa che promosso questa sera a Milano.

Ma facciamo un passo indietro: il 29 agosto 2015, il muratore ucraino Anatolij Korol è stato ucciso da due rapinatori mentre difendeva la cassiera di un supermercato di Castello di Cisterna, a Napoli. La moglie Nadia si è così ritrovata a dover mantenere da sola la propria famiglia (i due avevano una figlia).

Cosa ha deciso allora di fare la trasmissione di RaiTre? Stasera, lunedì 12 ottobre, alle ore 20 al Teatro Dal Verme a Milano, nel corso di una serata organizzata dall’associazione Cultura e solidarietà, Report metterà all’asta tutti i premi ricevuti negli ultimi 5 anni, incluso il prestigioso Oscar tv. Il ricavato verrà consegnato immediatamente alla signora Korol, che sarà presente in sala.

Un piccolo gesto, senza dubbio, ma significativo. Se siete di Milano e avete la possibilità, stasera andate a teatro.

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Lo scrittore Veltroni

VeltroniWalter Veltroni non credo abbia bisogno di presentazioni. E’ stato il primo segretario del PD e credo una figura fondamentale nella costruzione dell’attuale scenario politico. Dimessosi dopo una sonora sconfitta alle elezioni del 2009 (cosa rara ai tempi d’oggi) è tornato a scrivere e ha pure girato un paio di film.

Sinceramente credo che il Veltroni giornalista-scrittore sia migliore del politico (troppo perbene e pacato). Il 15 ottobre uscirà per Rizzoli il suo nuovo romanzo, Ciao:

Un doppiopetto grigio, il Borsalino in mano, un velo di brillantina sui capelli, lo sguardo basso. Sotto un cielo che affonda nel rosa di un tramonto infinito, un ragazzo degli anni Cinquanta torna dal passato, si ferma sul pianerottolo della casa di famiglia e aspetta il figlio, ormai adulto. Com’è possibile? E perché è tornato ora, dopo tanto tempo? Sono due sconosciuti, ma sono padre e figlio. Insieme per la prima volta e solo per una sera, provano a raccontarsi le loro vite, quello che è stato e quello che poteva essere, la storia di due generazioni vicine eppure diversissime. Le parole dell’infanzia, i paesaggi, i volti trasformati dal tempo; e Roma, quella più bella. Quella della radio, e della televisione che quel ragazzo timido e geniale ha contribuito a fondare. Ma qual è l’eredità di un padre che non c’è mai stato? Forse la malinconia, certe tristezze improvvise, la voglia di scherzare e di prendersi in giro, il ricordo commosso della donna che li ha amati. In un viaggio attraverso il dolore della perdita e la meraviglia della ricerca delle proprie radici, le parole si mescolano e si intrecciano fino a rivelare ciò che li unisce davvero. Perché non smettiamo mai di cercare il padre.

Si può comprare su Amazon ma al momento non sul sito dell’editore: misteri..

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