La parte marcia del giornalismo italiano

GiornaliLeggendo quasi quotidianamente il blog di Luca Sofri, mi sono appassionato a un tema che al direttore de Il Post sta molto a cuore: le bugie nel mondo del giornalismo, spesso dovute a un mancato controllo o approfondimento.

Sofri ne ha anche scritto un libro (bellissimo!) e sullo stesso argomento c’è anche un altro volume molto interessante di Charles Seife.

Il cattivo giornalismo ovviamente non è un’esclusiva italiana, ma nel nostro paese sembra trovare un terreno più fertile: ne è un chiaro esempio quello che è successo al Giornale dell’Umbria. Il suo comitato di redazione ha reso pubblico il seguente comunicato

«Il comitato di redazione anche sulla scorta delle numerose e vivaci segnalazioni giunte da parte dei colleghi, censura in maniera totale la decisione assunta dalla Direzione in data 12 ottobre 2015 – per altro in via autonoma e senza previo confronto con il Cdr stesso – di attivare l’iniziativa “Caccia all’errore”. La suddetta iniziativa, secondo il Cdr, lede in maniera evidente la professionalità, l’onorabilità e il decoro del corpo giornalistico della testata e rischia di arrecare un grave pregiudizio alla stessa. Per questi motivi viene chiesta l’immediata cessazione della rubrica da parte della direzione».

L’iniziativa che “lede in maniera evidente la professionalità, l’onorabilità e il decoro” dei giornalisti mette in palio ogni giorno cinque abbonamenti annuali in favore dei lettori che trovano e segnalano errori e refusi stampati sul giornale.

Anche il sindacato umbro dei giornalisti si è unito al CdR del giornale affermando che si tratta della “iniziativa più  offensiva e dequalificante per i giornalisti di una testata che ci sia mai capitato  di vedere”, che “sa tanto di caccia alle streghe, di gogna,  di lista di proscrizione”.

Sofri nel suo blog riporta il commento di Mario Tedeschini Lalli, docente di Giornalismo digitale all’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino e responsabile per l’Italia della Online News Association

In altri Paesi esistono ombudsmen, “difensori dei lettori” o “public editor“, pagati dall’azienda stessa, ma indipendenti dalla direzione e dalla redazione, chiamati a far le pulci alla testata raccogliendo le segnalazioni dei lettori. Ci sono ogni giorno decine di correzioni di errori segnalati dai lettori pubblicate in apposite rubriche nei giornali di carta e riportate in coda agli articoli online.
Non entro nella vicenda metodologica (il mancato confronto con la direzione, la crisi della testata segnalata dal sindacato regionale) ma ammettere che errori si fanno, che i lettori ci possono aiutare ad identificarli e che una volta identificati si devono correggere apertamente, senza nasconderli sotto il tappeto, è l’esaltazione della professionalità giornalistica, non una sua lesione.

Senza dubbio la questione fa in sé sorridere: se però ci riflettiamo due minuti ci rendiamo conto della situazione tragica in cui si trova il giornalismo in Italia. Invece di fare da cane da guardia, si ritrova spesso a essere voce autoreferenziale. Voce che non vuole essere controllata.

Il problema ovviamente è molto più complesso e vi consiglio di leggere i libri di Sofri e Seife. Le domande che mi pongo, però, sono molto semplici: fino a che punto ci si può fidare di quello che leggiamo? Quali sono gli strumenti che abbiamo per difenderci? E poi, nello specifico, in che maniera da oggi in poi i lettori del Giornale dell’Umbria potranno fidarsi della testata?

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